Pimpulu Pampulu Parimpampum!

Pimpulu Pampulu Parimpampum!

venerdì, dicembre 30, 2011

Improshow @ San Cassiano


San Cassiano, un ameno paesino disperso nel mondo, luogo natale di Stefy, ci ospita per una piccola performance-scalda-pubblico.
Il paese, sembrerà strano, ma mi ha colpito molto. In positivo.
Arrivo nel posto distrutto da una giornata di lavoro, il freddo pungente a fare da cornice.
Parcheggiamo tutti e ci lanciamo nella ricerca del teatro che ci doveva dare tetto e calore.
Dopo aver girato almeno un quarto d'ora arriviamo, non so come, presso il Circolo Cattolico Culturale “Chiara Ruggeri Catamo”.
Si, anche questa volta, siamo a stretto contatto con la Chiesa S.p.a. così come successo già qui e qui.
La sala si riempie, molti vecchietti, ipotizziamo un pubblico difficile mentre ci cambiamo nei camerini sotto al palco (in pratica due stanze alte un metro e ottanta, fredde come la morte, spoglie come delle pornostar al lavoro... insomma, dei loculi)e mi lascio prendere dal panico.
Normale amministrazione, insomma.

Decidiamo la scaletta, o meglio, decidiamo cosa ci potrebbe essere in scaletta visto che siamo all'oscuro di tutto finché, il conduttore/maestro Massimo, non ci chiama a farlo.
Parte la serata.
Divisi in 2 squadre da 4 elementi (con magliette differenti, improteatro gli uni e improvvisart gli altri) facciamo due game a squadra, oltre al classico riscaldamento (statue, macchine, locandine).

Improteatro (gli altri, ovvero Stef, Gianp, Kekko e Ale)
  1. Quadro Svedese
  2. Syncro
Improvvisart (noi... io, Ba, Ele e Vivi)
  1. Cambio di personaggi
  2. Favola a scalare


Loro sono stati fantastici!
FAN-TA-STI-CI!

Noi abbiam cannato in pieno la prima.
Brutta, fatta male e incompresa (era la seconda volta che la facevamo, mai provata al di fuori del palco) con la seconda ci siamo ripresi un po'.
Biancaneve.

Il pubblico non era difficile, anzi, molto pronto ed attento ha regalato divertimento anche a chi, per lavoro, doveva divertire loro.

Io speravo di riuscire a dare di più. Non ci sono riuscito. E me ne pento.
Speravo di poter mantenere il tenore e il livello alto, tenuto anche a nelle due serate linkate sopra. Chi vive di speranza, muore disperato.

Mi son diverito? No.
Posso dare di meglio? Si.
Lo farò? No.
Lo spero? Un sacco, ma non mi fido di me stesso.
Perchè? Perché sono un coglione.

domenica, dicembre 25, 2011

Mentre uno nasce, uno muore.


In una notte come questa,
frastornandomi tra i se e i ma di una trama banale,
conobbi la verità.
Tacere.
In quella notte fredda,
la rabbia calda mi faceva tremare.
Macerie.
Come una capanna distrutta dal fuoco,
anche io mi sentivo pieno di fuliggine,
sporco di un nero dipintomi addosso.
Odio.
Circondato da pagine stracciate di un me passato,
guardavo con occhi liberi il mio mondo.
Nelle mie orecchie fischiavano discorsi distorti.

Le bugie più belle sono quelle che vuoi sentire.
Chi mente ha la coscienza sporca,
anch'essa di fuliggine, ma si è sporcata dipingendo.

sabato, dicembre 10, 2011

Un mondo non mio



Tema:
2012 – Da 10 anni è stato scoperto come alimentare il fabbisogno energetico del mondo: utilizzando una centrale nelle viscere della terra (sotto il mantello) attraverso il riscaldamento di enormi e desolati cunicoli gestiti tramite remoto lontano da essi e dalla centrale.Un giorno, per problemi sconosciuti, il sistema in remoto smette di funzionare mandando completamente in blackout tutte le città del pianeta non alimentate dalle pochi altre fonti rinnovabili. Vengono mandati 3 specialisti (o specialiste) a controllare cosa succede nei cunicoli della centrale ma dopo poche ore di loro non c’è più traccia.Mandando una seconda squadra di tecnici seguiti da un reparto dell’esercito si troverà solamente una delle persone scomparse.Raccontateci che è successo


Sono passati duecento anni circa da quando la vita, per come la si conosceva, è cambiata. O almeno questo è quello che ho sempre sentito in giro da quando sono nato. Beh, la mia vita è sempre stata questa, quindi non mi importa di quello che c’era prima. Non me ne faccio nulla del passato... In fondo non si mangia, non tiene al caldo, non dà sicurezza, non si può barattare e non rende liberi. È un peso di cui faccio volentieri a meno.
È una cosa alla quale pensavo sempre quando vedevo quei cartelloni fatiscenti con grandi scritte colorate, illeggibili, spuntare tra gli alberi.
I cani randagi, numerosi ed affamati, erano i padroni delle città cadenti, rendendo difficile e pericoloso qualsiasi spostamento.

Io non fuggo più dai cani. Non mi fanno più paura da quando, visitando una “casa del cibo” in cui un tempo si raccoglieva tutto il necessario per il sostentamento (o almeno questo è quello che ho capito), ho trovato una zona in cui c’erano delle armature imbottite usate nell’antichità chissà per fare cosa, ma che ora mi sono molto utili per la caccia e la difesa. Certo, una cosa è difendersi una è andarsi a mettere nei guai...
La natura ha preso il sopravvento sulle vecchie costruzioni ed ora è la padrona incontrastata in ogni luogo. Palazzi invasi dal verde che svettano verso il cielo come totem naturali, città inghiottite da paludi o attraversate da fiumi, foreste nate dal cemento e animali padroni di tutto.
“La Terra era molto diversa, un tempo” dicevano i vecchi del villaggio fissando il cielo con un’espressione malinconica per un passato che non avevano vissuto.
A mio avviso inventavano tutto. Come facevano a sapere come fosse il mondo prima? Com’era il vecchio volto della Terra? Ma molto più importante, a che servono questi sofismi nel mondo in cui viviamo?
E’ solo veleno per la mente, in un presente fatto di dure lotte per la sopravvivenza.

La vita che avevo fatto finora era tranquilla, come quella di un qualsiasi mio coetaneo nato qui.
In tarda mattinata avevamo lezione di lettura, subito dopo la raccolta della colazione. Imparavamo a leggere le lingue che ci circondavano. Non c’è bisogno che parli del malumore generale mio e dei miei amici, era una noia mortale! Il pomeriggio, invece, lo passavamo ad imparare come costruire utensili per la casa e per la caccia che si cominciava ad imparare arrivati alla maggiore età, cioè a 14 anni.
Le lezioni insieme agli adulti erano sempre emozionanti, ed era il mio momento preferito della giornata. Ero orgoglioso e fiero di imparare a portare il cibo alla comunità. Si mettevano in pratica gli allenamenti con l’arco e con la lancia e c’era azione, adrenalina e destrezza da mettere alla prova. Era emozionante ma anche pericoloso. Quando sei fuori a caccia, c'è sempre qualcosa di più grosso che è a caccia di te. Ce lo ripeteva sempre il maestro cacciatore.

Lasciai il villaggio dopo la morte dello zio, l’ultimo parente che mi era rimasto e, senza radici, la mia voglia di sapere crebbe sempre più.

Tutto cambiò quando, durante una battuta di caccia, trovai una ”casa della storia” dove tornai di nascosto dai miei compagni. Leggendo un po’ a caso quello che si era salvato nel tempo, appresi di quel passato che tanto veniva decantato. Da quel che traspariva da quelle pagine mal conservate, il mondo che c’era prima non era poi così dorato come lo descrivevano gli anziani. Le prove sono quelle cose che si chiamano diplastica sparse in giro (che a noi è vietato toccare) e gli animali strani che non conosciamo e a cui ci divertiamo a dare un nome.
A quanto pare in quel periodo c’era una cosa che si chiamava elettricità di cui tutti avevano estremo bisogno. C’era un laboratorio che la fabbricava e tutti la compravano per farsene qualcosa. Per fabbricarla avevano costruito un laboratorio sotto terra, forse per paura che qualcuno la rubasse, ma c’era stato un incidente.
Quando andarono a controllare cosa fosse successo, trovarono il primo ammalato di Jellfis da cui si propagò la malattia. Era una donna, ormai completamente rinsecchita, ma che riusciva ancora a parlare. Nonostante potesse essere una procedura rischiosa, la trassero in salvo. Cominciarono a studiare la donna e la sua malattia, che già mieteva le prime morti tra i membri della spedizione. Si iniziò a parlare di sacche di gas preistorici -che non so cosa siano- e che il virus era rimasto sepolto per tanti anni mutando nel tempo per mantenersi in vita, diventando infine una specie di parassita che si nutriva di fluidi corporei. Il Jellfis, questo era il nome coniato per la malattia, si propagava in maniera imprevista e aveva una decorso differente per ogni persona, a seconda del metabolismo o giù di li. Poteva bloccarti e ucciderti in una settimana così come procedere lentamente per anni. Per la maggior parte della popolazione fu una questione di settimane, e una cosa chiamata “governo mondiale” si trovava “impreparato e indifeso di fronte a questa pandemia”, questa era l’ultima cosa scritta sull’ultimo di quei libri sottili, poi nulla più. Parole che a me risultavano incomprensibili ma che sicuramente all’epoca erano intrise di forte significato.
Ora sapevo. Gli antichi si trovarono a dover lottare contro una malattia sconosciuta e si decimarono nel periodo antecedente alla scoperta della cura. Perché una cura l’hanno trovata, altrimenti noi non saremmo qui.
Quindi il virus è stato sconfitto ed è stato debellato, visto che nessuno di noi l’ha mai contratto! Ed ecco perché questo mondo è così.
Questo significa che ci devono essere PER FORZA altri superstiti! Non ci siamo solo noi del villaggio!

Nella casa c’erano anche altri libri, storie, parole su parole, racconti di viaggi in terre che forse non esistono più e altre cose inutili di questi tempi... ormai d’aiuto solo per accendere il fuoco.

Quando andai via dal villaggio, avevo litigato col vecchio che ci faceva da maestro.
Non capiva, o forse non voleva capire, il mio bisogno di sapere se ci fosse qualcun’altro vivo, o magari un villaggio come il nostro, da qualche parte nel mondo.
Dopo essermi sentito ordinare di non uscire dal perimetro abitato, fuggii di notte. Era l’unico modo per avere le risposte che cercavo.
Aspettai l’alba per allontanarmi, mischiandomi nella foschia. Con l’aria fredda che mi entrava nei polmoni corsi oltre il territorio conosciuto.
Cominciò così il mio viaggio verso la verità, qualunque essa fosse.
Il territorio era poco ospitale, ma riuscivo a cavarmela grazie agli insegnamenti degli anziani ed a qualche espediente inventato al momento.
La notte era il momento più difficile, faceva freddo e non si poteva accendere il fuoco. Non si poteva cucinare per non attirare le bestie e si doveva dormire con le orecchie spalancate. Dormire su un albero, quando si impara a scegliere quello giusto, non è poi così scomodo.
Il viaggio procedeva a rilento, un po’ per la difficoltà che trovavo, un po’ perché la meta era incerta. Non sapevo dove andare, quindi avevo deciso una direzione e procedevo in linea retta.
Non so per quanto tempo camminai, forse per un mese, forse per più, perdendo la cognizione del tempo non potevo fare altro che pensare al mio villaggio, ai miei amici e a come avevano preso la mia fuga.
Sarei tornato da loro con una risposta, costi quel che costi.

I rumori della foresta erano la colonna sonora del mio viaggio.
Sembrava non ci fosse traccia di civiltà ed ogni posto sembrava da sempre desolato, a parte le solite tracce di un passato coperto dalla polvere, finché non arrivai a dei ruderi che sembravano... come dire... ben tenuti. C’era qualcuno. Qualcuno che si preoccupava di tagliare le sterpaglie, qualcuno che contrastava l’avanzata delle piante rampicanti. Qualcuno che non c’era. O si nascondeva.
Entrai nella casa che sembrava la più vissuta, all’interno c’era poco e quel poco che c’era mi era totalmente sconosciuto. Oggetti diplastica, che noi non osavamo toccare, erano qui in bella mostra, lavati e sembrava che venissero usati.
Ma la cosa che più mi scioccò era nel letto. Un corpo mummificato che si muoveva lentamente e mi osservava con la paura nei suoi occhi mentre nei miei apparve lo sgomento. Non avevo mai visto un essere così simile a noi, ma con solo due occhi. Un urlo alle mie spalle mi colse alla sprovvista, mi girai spaventato mentre una fitta mi annebbiava la mente. Puntato verso di me, un tubo nero fumante, mi ricordava il metallo della carcassa dell’astronave.



Storia generata per CoolStoryBro 1st Edition.
Commento dell'autore (che poi sarei io): Chemmerda.

sabato, dicembre 03, 2011

Citazione più o meno colta

Anche se visto dal fondo dell'acqua appare deformato, il cielo è il cielo.
[Banana Yoshimoto - Kaori - Chie-chan e Io]

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